Fa’afafine, quando i bambini insegnano a essere adulti.

“Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro”.

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Fa’afafine, una parola sconosciuta e che all’inizio si fatica a pronunciare. La narrazione di una realtà poco nota, ma importante.

La cifra stilistica dello spettacolo di Giuliano Scarpinato è una soltanto: il rispetto. Rispetto coniugato alla commozione, che lo spettatore prova seguendo le vicende del piccolo Alex, un ragazzino che sta scoprendo la propria identità e che si confronta con le paure e i dubbi, a cui questa ricerca di sé espone.

Quella del regista è stata una minuziosa e profonda ricerca, messa in scena in maniera raffinata e delicata, senza mai scadere nella banalità in cui spesso si sconfina quando si affrontano questi argomenti.

Il protagonista, nel chiuso della sua cameretta, ora parlando con i suoi amici ora confidandosi con i suoi genitori, ripercorre gli episodi di bullismo subiti a scuola dai compagni che lo considerano diverso, racconta la paura di tornare in classe dove è oggetto di scherno, l’angoscia di ammettere “non piaccio a nessuno”, il terrore di non essere giusto e di deludere i genitori. Queste sono le ansie e i timori di qualsiasi persona costretta a un coming out, che prima è preceduto da un’elaborazione della propria identità, questione che non è sempre così semplice e ovvia.

Da un’iniziale negazione della realtà e rifugiandosi nel suo mondo immaginario, il piccolo Alex si confronta con i genitori e con la loro umana reazione, quando realizzano che il proprio figlio non riesce a definirsi semplicemente come maschio o femmina, perché si sente entrambi, perché si sente altro. Le due caselle, in cui la società con miopia spesso costringe le persone, stanno strette al protagonista, che con dolore e coraggio afferma la propria libertà di esistere, che si traduce nella dignità dell’affermazione “io posso essere tutto ciò che voglio!”. Così, dal turbamento iniziale, che lo spinge a dire “Papà non capirebbe”, Alex ci spiega quanto sia difficile per quella minoranza di bambini gender fluid accettarsi in maniera serena, senza essere vittima di bullismo, senza vivere un rapporto conflittuale in famiglia, senza sentirsi sbagliato e inadatto, senza provare sentimenti di vergona e frustrazione che lo spingono a dire “forse era meglio se non nascevo”. Ricorrendo a espedienti che gli permettono di costruirsi una realtà altra, il protagonista adolescente ci porta a scoprire il mondo dei Fa’afafine, un vero e proprio terzo sesso che, nella comunità di Samoa, permette di esprimersi a chi non riesce a definirsi secondo i più convenzionali generi di maschile e femminile. I Fa’afafine sono entrambe le cose e non sono nessuna di queste, ma offrono ad Alex l’opportunità di non rinunciare all’unica vita che possiede.

E, come Alex, i bambini che “non sono come tutti gli altri” esistono, ci sono, non possono essere ignorati, quantunque una certa meschina e infima propaganda vorrebbe che non esistessero, vorrebbe ridurli al silenzio e condannarli all’invisibilità. Invece, è necessario dare voce a queste persone, far sentire loro che sono parte integrante della società e che essere ciò che si è realmente è più importante del rifiutare l’esistenza.

Anche alla luce degli ultimi eventi e delle aberrazioni mentali e culturali che i sostenitori dell’isteria “no gender” urlano per le piazze italiane, è necessario sostenere questo spettacolo, perché è un modo di raccontare una realtà che altrimenti sarebbe destinata al silenzio. Prova di tutto ciò è la raffica di critiche e di messaggi allarmistici che questi sostenitori dell’unica verità propinano in maniera volgare e falsa, senza neanche aver visto lo spettacolo, invitando al boicottaggio dello stesso. Le argomentazioni sono sempre le medesime: slogan deliranti e frasi fatte, ripetuti a menadito e senza cognizione di causa o di logica, giusto per ridicolizzare tutte le persone che non sono eterosessuali, facendo leva sull’integrità dei bambini, sul fatto che alcuni vorrebbero pervertire le loro menti piccine per plasmare degli esseri alieni e disadattati. Purtroppo, però, questo è il lavoro crudele che questi stessi integralisti svolgono, giocando con la vita delle persone, manipolando la realtà, terrorizzando genitori sprovveduti, mostrificando questi bambini e condannandoli a un futuro di solitudine e infelicità. Secondo questi crociati anti gender, se non si discriminano le persone LGBTI, tutti i bambini smetteranno di essere eterosessuali improvvisamente, cambieranno sesso di continuo a giorni alterni e per capriccio e solo per attaccare la famiglia.

Per fortuna lo spettacolo di Giuliano Scarpinato ci mostra quanto ciò non sia vero, quanto queste prese di posizioni integraliste siano mendaci e pericolose. E l’insensatezza di queste tesi complottistiche e deliranti è smascherata in modo disarmante dagli stessi bambini a cui è rivolto lo spettacolo, che alla fine dello stesso sono coinvolti in un dibattito e hanno la possibilità di esprimersi liberamente e senza essere pilotati da alcuno. “Che c’è di male a essere felici essendo quello che si è? Non si fa del male a nessuno!”. Oppure: “Forse i compagni di classe lo prendevano in giro perché nessuno glielo ha mai spiegato, ma dobbiamo rispettarci tutti anche se siamo diversi, perché non tutte le persone sono uguali e le differenze sono ricchezze”. O ancora: “Ma, se ognuno vuole bene a chi vuole lui, mica c’è niente di male! L’importante è volersi bene!”.

Sentendo queste frasi dettate dall’innocenza, che rivela la grettezza mentale e morale di chi, facendosi scudo dei bambini, porta avanti campagne di odio e di omotransfobia per vili interessi, si comprende come i bambini ci insegnino a essere adulti, si è portati a sperare in un domani migliore e più civile, in cui ogni persona abbia la possibilità di crescere serena e accolta dalla società, senza mai sentirsi insicuro o vergognarsi di quello che è, senza dover andare per forza a Samoa per essere un Fa’afafine felice.

@idrossido

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