Il valore del coming out

A 2 giorni dal coming out day, abbiamo chiesto a Roberto Oddo un contributo sul valore del dichiararsi. Eccolo, buona lettura!


Quando l’11 ottobre dl 1988 si celebrò il primo coming out day il sottoscritto, che aveva 13 anni e pure guardava già i bei ragazzi di sottecchi, mai avrebbe pensato a questa data come a qualcosa di significativo. La stessa formula di coming out day, a dire il vero, mi era del tutto estranea e a quel tempo avrei ritenuto una follia un anniversario simile. Anche quando, sei anni dopo, lasciai la ragazza con cui stavo e i miei genitori seppero di avere un figlio gay, ritenni quel momento ineluttabile, qualcosa che io avrei volentieri evitato, ma non avrei saputo come. coming outI nodi proverbiali erano venuti al pettine e, siccome non so negare l’evidenza, mi feci tutta la trafila del coming out senza saperne quasi nulla. I tempi non erano quelli foschi degli anni ’50, va da sé, però a Palermo si avvertiva un’enorme pesantezza sul tema, nonostante avessimo figure più che rappresentative della lotta per i diritti delle persone LGBT in Italia. Il punto è che, per temperamento o chissà quali altre tare, non ero combattivo e non mi passava per la mente che dal mio gesto, senz’altro causa di dispiacere per mamma e papà, potesse scaturire dell’altro.

Ero “solo” ad affrontare questa cosa, e solo si sente chiunque debba parlare di sé, oggi come allora, specie in un Paese così di retroguardia come il nostro. Anche se avevamo il sostegno di amici, la nostra era per i più una “questione personale”. Io e altri in quegli anni arrivammo timidamente all’Arcigay – unica realtà di cui più o meno avessimo sentito parlare – che ancora l’esser omosessuali era una faccenda privata: senza gli stigmi degli anni precedenti, ma il lessico dei media era molto poco corretto e non pochi avevamo la convizione che dirci senza grandi danni fosse già la libertà massima a cui potessimo accedere. Io, per esempio, ero tra quelli che con imbarazzante confusione lessicale, consideravo la società che ci accoglieva “permissivista”. Internet non c’era ancora per la gente comune e la nozione di rete, così pervasiva oggi, non ci ingabbiò, ma non ci sostenne nemmeno. Io non avevo notizie dei movimenti di idea che sostenevano i diritti delle persone omosessuali, dei cortei, come quello di Washington dell’11 ottobre 1987 che oggi, grazie allo psicologo Robert Eichberg e all’attivista Jean O’Leary, adottiamo un po’ come anno zero per dirci pubblicamente lesbiche, gay, bisessuali, transessuali.closets_are_for_clothes

Eppure questo movimento c’era, ed era molto meno sotterraneo di quanto immaginassi allora.
E soprattutto non replicava la commemorazione dei fatti di Stonewall. Voglio dire che nel giugno del 1969 ci difendemmo dagli abusi continui della polizia e del sentire comune rispetto a luoghi e persone che erano un centro pulsante di certa vita notturna newyorkese e non; con l’11 ottobre, invece, non usciamo allo scoperto come gruppo, ma come singole persone all’interno della comunità e per vivere alla luce del giorno ciascuno il suo progetto di vita. Il coming out day non ha l’energia dirompente della folla, della massa, ma ha la forza specifica della scoperta di tutto un mondo intorno a sé. Certo, va detto che proprio la maggiore visibilità delle persone omosessuali, bisessuali, transgender, transessuali o intersessuali può essere un problema per alcuni: uno degli effetti più stranianti per le persone che si apprestano a fare coming out oggi, infatti, è la fatica per abbattere un muro che sembra essere stato eretto solo per loro da genitori, amici e affini, una parete oltre la quale c’è una sostanziale indifferenza alla vita privata delle persone. banner_copertina2 coming out

Ma il punto è proprio questo. Il momento in cui ci si dice gay rappresenta la rottura di un meccanismo automatico che vede nel sesso biologico rilevato alla nascita un destino sociale che segue binari ben noti, sia lo stato civile quello di “libero” o di “coniugato” (ovviamente in un matrimonio eterosessuale). Dirsi omosessuali, bisessuali, transgender, transessuali o intersessuali è ancora necessario come atto politico, perché, nonostante i tempi siano cambiati e la società si pensi sempre uguale, la realtà dei fatti conosce e riconosce come valide altre forme organizzative. E veniamo all’ultimo paradosso di cui parleremo oggi, a proposito del coming out day. Mentre normalmente lottiamo con le nostre paure o con le resistenze altrui per presentarci per quel che siamo, esseri umani tra altri esseri umani, in Parlamento si discuterà (o forse anche non si discuterà) di una legge che sancisce la sostanziale estraneità normativa dei diritti civili delle coppie omosessuali rispetto a quelle eterosessuali. Quel “privato” che, a detta di tutti, non dovrebbe investire l’aspetto pubblico (come se si potesse essere solo discretamente se stessi), viene però sommerso da una valanga di distinguo che tutela di meno la vita di una persona LGBTI per definizione.

È legittimo che ciascuno fissi i paletti sulla propria sfera intima e decida quali aspetti della propria vita vuole rivelare. Purché però questa scelta sia libera e non risenta di una discrezione a orologeria, che relega certi vissuti a una sfera che non può uscire in pubblico perché inopportuni o pericolosi. Dire non deve essere visto solo come mera comunicazione, ma come volontà di affermare ogni aspetto della propria vita, perché quell’aspetto esiste tra gli altri, senza lasciarlo nello sgabuzzino in attesa di qualche sviluppo autonomo in un remoto futuro. Potremmo partire da qui, dall’idea che fare coming out significa promuovere un ambito essenziale della nostra personalità, riconoscerlo e investire sulla sua importanza. Ecco perché è importante il coming out day per chi di noi lo voglia fare.

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