Nicole: quando per le persone trans persino la morte è difficile

Nicole, donna trans, muore dopo una malattia, ed i genitori, forse nel goffo tentativo di riappropriarsi di una memoria, la vestono da uomo, nella bara.

In questo paese le persone transessuali vivono la sensazione costante di essere immerse in una melassa di intolleranza, ignoranza e transfobia.
In alcuni articoli pubblicati su questa vicenda (non su tutti per fortuna) i giornalisti, descrivendo la palese ingiustizia di questa vestizione innaturale, si rivolgono a Nicole utilizzando paradossalmente il genere maschile (“da 20 anni era transessuale, ma nella bara i genitori LO vestono con abiti maschili”, “Funerali Trans: nella bara è vestitO da uomo”.

La stessa ignoranza, né più né meno, che ha spinto quei miserabili genitori a ritenere che l’identità della loro figlia potesse dipendere, da morta, da un abito.

Quell’ignoranza che li ha portati, quando era in vita, a non comprendere la persona, rifiutandone l’identità, ritenendo che quest’ultima dipendesse da una scelta (un abito invece di un altro, appunto) e non fosse invece una condizione. Una condizione di nascita, perché sappiamo che le nostre identità dipendono da qualcosa di più complesso del mero e palese dato biologico.
Quei genitori evidentemente avevano già abbandonato e non riconosciuto loro figlia, quando era in vita.
E quello è senza dubbio stato l’abbandono più doloroso e devastante per Nicole.
L’abito nella bara offende certamente la memoria di Nicole, che almeno non può percepire la cruda violenza di quella innaturale vestizione, ma ancora di più stigmatizza e fissa inesorabilmente l’ignoranza e l’incapacità di amare di quei poveri genitori.
Questa triste vicenda riapre il tema delle persone trans che non possono, in questo paese, ottenere il riconoscimento anagrafico della propria identità (secondo la convenzione binaria maschile/femminile su cui si fondano tutte le norme che regolano ogni evento della nostra vita, almeno fino all’auspicabile ma poco futuribile superamento del binarismo sessuale nell’intera giurisprudenza) se non dopo aver effettuato, con il consenso di un giudice, un intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.
Nicole, che è venuta a mancare dopo una malattia che l’ha costretta per un lungo periodo in ospedale, ha dovuto subire, prima ancora, l’affronto di una degenza in cui non veniva riconosciuta la sua identità di genere, solo perché norme ambigue e mal interpretate non le hanno permesso di ottenere un diritto sacrosanto ed inalienabile.

 

L’altro ieri ero in ospedale per una urgenza, ed ho, per l’ennesima volta, sperimentato quanto, in una condizione di disagio e di menomazione fisica, si amplifichino le incongruenze legate alla discrasia tra l’identità percepita all’esterno ed il genere indicato all’anagrafe. Gli infermieri non mi trovavano nella sala di accesso al pronto soccorso, perché cercavano Ottavio. Ho dovuto spiegare, senza avere la forza di parlare, che ero io, davanti a tutti, e soprattutto “perché” ero io.
Alla fine degli interventi d’urgenza ho discusso della eventualità di essere ricoverata o dimessa. Sarei stata ricoverata in un reparto maschile e non in un reparto femminile, sempre perché l’accesso è regolamentato inoppugnabilmente in base all’anagrafe, e perché non erano disponibili stanze singole.
Per fortuna non è stato necessario il ricovero.
Alla fine un infermiere, visibilmente soddisfatto per aver acquisito dalla lettura della mia cartella clinica la “scabrosa verità” ha urlato platealmente, assicurandosi che tutti sentissero: “Il signore deve essere dimesso”?
In verità l’unica nota transfobica, per me inoffensiva e sciocca, della giornata.

Ottavia Voza
Responsabile Arcigay per i diritti delle persone trans