Ancora (ta)tu ….?

Lena Katina e Julia Volkova erano scomparse ormai dai palcoscenici internazionali, dopo aver inscenato all’inizio degli anni 2000 la tenera storia delle due adolescenti lesbiche che gridavano al mondo il loro
amore disperato (con tanto di testi costruiti con estrema abilità e sapienza musicale, per far presa su ignari adolescenti sognatori).

E ora ritornano a Sochi, palcoscenico russo ma soprattutto internazionale, proprio durante queste Olimpiadi invernali contestatissime, nella terra dell’orgoglio no-gay per eccellenza.

Con evidenza, danarosamente ricondotte a più miti consigli. Vederle mi ha scatenato una breve riflessione, tra
“All the things she said”, il famoso bacio (sdoganato anche in Italia, seppur con una mezza censura che destò scapore, a Trl sulla rete Mtv, nel 2002) e questa “Nas ne dagonyat”, ovvero il successo “Not gonna get us” rigorosamente in russo, abbigliate con una mise tutt’ al più da vamp. “Eterissime”, se qualcuno
ancora avesse pericolosi dubbi. Per carità.
Non ho visto la cerimonia di apertura, perché ritengo come molti che questa non sia una vera Olimpiade.
Non voglio mancare di rispetto agli atleti che si battono mentre scrivo, e che lavorano duramente da anni per essere lì ora a sognare una medaglia. Il problema è che un’Olimpiade, come ben si sa, nasce per esprimere dei valori, sia nell’antico mondo greco che nell’era moderna. Lo sport olimpico incarna un ideale, una meta che, attraverso la fatica, l’impegno, il sacrificio e il sudore, gli atleti (e i tifosi) sognano con una forza inaudita. Ho sempre concepito lo sport prima di tutto come un insegnamento: se lo si vuole davvero, è possibile raggiungere risultati di prestigio che ci ripagano di tutti i “no”. Poi ovviamente
pochissimi di noi ci arrivano davvero, ma l’insegnamento lasciatoci dai Greci non è la medaglia, ma la capacità di affrontare il percorso necessario per tentare. Addestrare tutte le qualità che ci vogliono. Perché,
sul campo, tutti abbiamo la possibilità di dimostrare la nostra forza e il nostro valore, proprio perché, al di là di quello che poi verrà fuori, TUTTI POTENZIALMENTE SIAMO UGUALI, e abbiamo lo stesso diritto di
provare.
Le T.a.t.u. negli anni attorno al 2000 hanno rappresentato per moltissimi giovani italiani (non solo appartenenti alla comunità LGQBT) un’ondata di liberazione che ha percorso, anche se brevemente, la scena musicale. Da liceale, ricordo ragazzi che compravano il loro cd per protesta, mettevano su la loro musica alle feste per trasmettere un messaggio, si vestivano come loro, andavano a Milano presso la sede di Mtv e si baciavano facendosi riprendere dalle telecamere, tra il finto sgomento dei conduttori … e tutto questo aveva un senso.

Per almeno due anni in Italia il “fenomeno T.a.t.u.” ha imperversato soprattutto fra gli adolescenti, preoccupando genitori ed educatori. Certo, a ben guardare, un occhio più esperto avrebbe subito capito che si trattava di un prodotto ben costruito a tavolino. Che nei loro baci non c’era nulla di vero. Ma non importava! Il punto non è se si amassero davvero, ma che indubbiamente siano state un piccolo strumento e momento di emancipazione anche nel nostro paese. Certamente meno significativo o profondo di altri …
ma che a qualcuno/a è stato comunque utile per capire, smettere di vergognarsi senza motivo e cominciare
a esprimersi. Liberamente.

E adesso sono tornate alla ribalta a Sochi, nel gran circo dell’Olimpiade, dove tutto grida la gloria di una Russia potente, virile e inflessibile.
Avrei preferito che questa finzione non venisse sbugiardata in questo modo, su quel palco, mentre attivisti coraggiosi marciscono nelle celle. Non so se sia stata una scelta dettata esclusivamente dal calcolo

economico, dalla volontà di ingraziarsi il Potere o un preciso messaggio, del tipo “ecco come la saggia Russia CONVERTE le ragazze che si erano perdute”.
Certamente ci sono molti modi di dire una bugia, o di farsela perdonare. Brindare col nemico è senza dubbio il “tradimento” peggiore.

Benedetta Bonanno