“La pericolosissima ideologia del gender”

“…una delle ideologie più perniciose per l’uomo, a causa dell’attacco violento e diretto ai fondamenti dell’antropologia, con la messa in discussione dell’esistenza stessa di una natura umana sulla quale si fondano i principali valori ai quali l’uomo da sempre si ispira. Un’ideologia, quella del gender, che opera una vera e propria negazione della realtà, affermando che l’identità sessuale di una persona – maschio o femmina – non sarebbe più una dimensione determinante ma un elemento per così dire “accessorio e marginale” della personalità: l’essere maschio o femmina, quindi, non dipenderebbe dal sesso con cui una persona nasce ma da una scelta totalmente libera, condizionata anche dalla cultura della società in cui si vive” (dal sito La sfida educativa)

Benedetta Bonanno ci racconta le sue impressioni sul convegno “Il gender e le nuove sfide dell’educazione”, organizzato a Palermo il 18 gennaio dal Collegio Universitario Arces, in collaborazione con l’Associazione FA.R.O e l’Associazione Noi Genitori

 

Scrivo le mie impressioni in merito al Convegno tenutosi sabato 18 gennaio a Palermo presso il Cinema Rouge et Noir, organizzato dal Collegio Universitario Arces, dal titolo “Il gender e le nuove sfide per l’educazione. Convegno per genitori, docenti ed educatori” al quale ho partecipato. Premetto, e mi sembra importante farlo, che non conoscevo “l’orientamento ideologico” dell’incontro, prima di entrare in sala. Questo per farvi capire l’assoluta libertà mentale con la quale mi sono approcciata al dibattito. E aggiungo, quando ho scoperto che si trattava di un Convegno “dall’altra parte” rispetto alle mie posizioni, ho accolto con interesse la sfida del confronto con un pensiero Altro. Per capirne i fondamenti, ed essere in grado di controbattere civilmente, con cognizione di causa.

 

"unisex" symbol

“unisex symbol”

1) Il primo intervento (p.s. ricostruisco il tutto dagli appunti presi a gambe incrociate al cinema + qualche vago ricordo, quindi scusate l’eventuale imprecisione) è stato tenuto dal Professor Francesco D’Agostino che insegna Filosofia del Diritto a Roma Tor Vergata, membro di varie istituzioni pontificie che ne incarna compiutamente le posizioni.

Nel suo speech, L’eclisse della differenza sessuale, veniva analizzata la “pericolosissima” alterazione antropologica in corso oggi e nefasta come mai, nella storia, quanto nel presente (ma il mondo classico e i suoi modelli comportamentali precristiani? La butto lì…) che sta annullando la differenza sessuale fra UOMO e DONNA, condannando l’umanità intera alla scomparsa e inchiodandola nell’angoscia e nella perdita di senso. Quindi la teoria del Genere (so che esistono altre opinioni e sfaccettature racchiuse in questo termine, ma per semplicità intenderò l’idea principale per la quale il genere non è una categoria naturale ma culturale) e ancor di più la teoria Queer sarebbero “il male del mondo”. Inoltre si è accennato alla disforia di genere, al “problema” che determina, lasciando intendere vigorosamente come sia necessaria una rieducazione (medica o psicologica, o entrambe) del “soggetto colpito”, per ricondurlo correttamente entro uno delle due dimensioni identitarie e sessuali “naturali”. Quindi un colpo di scure netto non solo al Genere, ma in particolare proprio contro la Teoria Queer, che non solo ammette l’esistenza di molti più generi dei canonici due, ma li legittima. Personalmente ritengo, che la disforia tecnicamente possa costituire semmai un “problema” di mancata autorealizzazione, ma solo se avvertita come tale da chi la vive e non riuscirei a giudicare entro un unico blocco interpretativo il fenomeno senza dare spazio ai tantissimi modi di viverla, assolutamente individuali, e quindi soggettivi e potenzialmente differenti uno dall’altro. Tornando al discorso del Professore, a queste considerazioni è seguita, conseguenzialmente, una riflessione sulla fecondità femminile come “marcatore” dell’essere donna: storicamente e biologicamente, l’identità femminile sarebbe legata a questo fattore decisivo. Personalmente penso questo sia stato vero a livello percettivo, sia da parte di uno sguardo altro ed esterno che, per autosuggestione, da parte delle stesse donne che si osservavano. Ma la biologia mostra solo una possibilità, non una verità, io credo: non si può racchiudere un unico genere in un confine puramente biologico. (Tra l’altro, tra le motivazioni di questa degenerazione in atto, questa specie di sfumato grezzo fra uomo e donna che si sta creando, veniva indicato il controllo femminile sulla riproduzione, e anche qui, entrare nel merito mi porterebbe lontano). Quindi, sempre secondo lui, ad es. il desiderio di una coppia gay di adottare un bambino sarebbe anche legato alla necessità estetica di mostrarsi “come gli altri”. No comment. Ovviamente non poteva mancare lo spettro che agita le notti dei “benpensanti” italici, ovvero il crollo demografico, che scuote e svuota l’Occidente: (cito testualmente dai miei appunti: “Le società occidentali, che negano la differenza sessuale, si stanno suicidando”). Affermazione che non spiega moltissimi altri fattori e ignora moltissime altre cause, riducendo una complessa realtà socioculturale al semplice, e primigenio, istinto di riproduzione. In sintesi, questo il discorso del Professore (che ha portato anche ulteriori riflessioni più approfondite e altre matrici di pensiero, il cui fine però era quello che ho sostanzialmente dipinto). E appunto il Fine, il compimento di un Destino inscritto nella Biologia è il collegamento, l’innesto centrale che unisce i tre interventi del Convegno: in piena comunione con il pensiero cattolico ufficiale, poiché l’uomo e la donna sono creature divine e già dalla nascita figli di Dio, progetti del padre in potenza (per dirla con Aristotele), la loro realtà identitaria-sessuale (in quest’ottica “ordinata” i due aspetti coincidono) non può mai essere frutto di una libera scelta. Deve essere un adeguamento, più o meno riuscito, consapevole e voluto, al Piano.

2) La seconda relatrice, la Dottoressa Piera Di Maria (Maschile e femminile, il luogo della differenza), ginecologa e sessuologa, ha rinforzato scientificamente il concetto, ricordando brevemente come si formano i caratteri sessuali nell’embrione e quanto siano dolorosi i rari casi di riattribuzione dell’identità sessuale e delle sue caratteristiche (rari perché erano presi in esame solo gli “errori” medici, la compresenza o l’assenza degli organi genitali, per esempio). Il concetto di identità è visceralmente legato, in questa visione, alla Natura, al Dover Essere perché qualcuno ha scelto per noi: non è previsto altro spazio, né la possibilità di autodeterminazione. La Dottoressa in particolare ha espresso la sua paura del “grigio” (queer), come regione dell’indeterminatezza e quindi della non esistenza, del non diritto all’esistenza (scusate la complessità, spero sia solo apparente). Una sorta di Idealismo hegeliano al contrario: se “il razionale è reale, e viceversa”, allora chi è fuori da questo schema, in quanto “irrazionale”, non ha appunto diritto di “essere reale”, di REALIZZARSI (fuori dallo schema). Una visione quindi, quella propugnata, vogliosa e capace esclusivamente di proporre schemi entro i quali bisogna adattarsi, senza tener conto della Volontà, della Sensibilità personale della, appunto, “Persona” in questione: del suo inviolabile e soggettivo diritto all’Autodeterminazione e alla scelta di definirsi e vivere “secondo se stesso”. Questa interpretazione, percependosi come naturale, l’unica possibile, non consente appigli né spazi per differenti modi di sentire (e qui cito direttamente la Dottoressa: “Il corpo dovrebbe avere un senso fuori dal quale sta la dimensione del non umano = ciò CHE NON SI CONFORMA”).

3) L’intervento finale, La formazione dell’identità di genere, era tenuto dal simpatico Dottor Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta anche lui fortemente addentro al mondo cattolico, (per dare un’idea, autore in rete di questo intervento: http://omosessualitaeidentita.blogspot.it/2010/03/luca-era-gay-di-roberto-marchesini.html dal quale si evince in nuce il pensiero esposto anche in occasione del Convegno): l’identità di genere, il riconoscerne una, anche differente, come intendiamo fare, nega la progettualità (esogena all’essere). La corretta identità nasce solo nella relazione con l’altro, e in particolare con la famiglia, e quindi, “se qualcosa non funziona”, è qui che bisogna scovare le cause (della sua non eterosessualità, o della sua non adesione ai modelli.. etc etc). La famiglia è, eterosessualmente, uno schema binario nel quale uomo e donna rappresentano due elementi diversi per necessità, perché possa esserci famiglia (e l’Amore? È più forte l’Amore di Dio di quello che possiamo provare uno/a per l’altro/a? A me sembra un paradosso, supporre un Amore negandone uno certo). Il bambino e la bambina tra i 5 e i 7 anni acquisiscono la propria identità di genere (corrispondente al 100% al sesso biologico sotto cui sono nati) seguendo i due modelli genitoriali, madre e padre (e qui il Dottore ha fatto vari ed immancabili riferimenti al complesso di Edipo).

I figli  sono destinati (parola non casuale) a compiere il proprio progetto di sé (sempre imposto da fuori; non è prevista nessuna possibilità di intervento attivo del soggetto su di sé). In questo modo, nella negazione delle differenze gender liberamente scelte, si sacralizzano quelle biologiche, sulle quali non abbiamo alcun potere. Mi chiedo dove sia allora la felicità dell’essere umano, la sua possibilità di essere realizzato e “vero”. E l’ho anche chiesto al Dottore, sottoforma di domanda, che nello specifico suonava così: se un bambino/a non mostra le caratteristiche comportamentali “proprie” (per attribuzione) del suo sesso, cosa si fa “scientificamente”? LO SI CORREGGE? Risposta: si va a guardare la tela dei suoi legami familiari per capire DOVE RISIEDA IL PROBLEMA. “Problema”: più chiaro di così… ! Auspico sinceramente che possa mantenersi una linea di dialogo aperta con questi soggetti che rappresentano in Italia una larga fascia di opinione, con la quale, in una democrazia, è legittimo e doveroso scontrarsi secondo le regole civili del “gioco” di costruzione statuale. Perché nessuno deve convertire nessuno, ma è urgentemente necessario creare, legislativamente, uno spazio di azione, riconoscimento di diritti, anzi, direi semplicemente del diritto più importante: quello alla felicità individuale, che va ben al di là di teorie e precetti di qualunque specie.
Benedetta Bonanno